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Ironia della sorte
Fuerteventura è un sogno. Un sogno materializzatosi in mezzo all'oceano, a un centinaio di chilometri dal Marocco e a migliaia di chilometri dalle lontane terre americane. Spiagge bianche, nere e rosse, paesaggi da Grand Canyon, oasi in mezzo al deserto, paesini di pescatori ancora intatti. Un nome che sembra uscito da una storia di Corto Maltese. E fari, fari meravigliosi che si stagliano contro il blu del mare e del cielo, fari che di notte squarciano un blu punteggiato di stelle. Non vedevo la Via Lattea così nitida dai tempi della Grecia, ma questa è un'altra storia. Un mondo lento e rilassato, forse già contaminato dalla peste del turismo di massa, ma non ancora irrimediabilmente corrotto. Basta allontanarsi dai paradisi fosforescenti dei kite surfers e si scoprono coste incontaminate, collegate con il resto della civiltà da stradine sterrate percorse da qualche jeep e da qualche pick-up isolato, e naturalmente dalla nostra Yaris noleggiata, che ci ha reso un encomiabile servizio malgrado le sospensioni piuttosto rigide. Ma ciò che mi ha attirata a Fuerteventura sono le onde. Non per niente le Canarie sono descritte come le Hawaii dell'Atlantico. I surfisti migliori ci sguazzano, i principianti vi imparano le basi dello sport più nobile del mondo e poi tornano a casa più forti e più saggi, i comuni mortali le fotografano e restano ammaliati dalla loro potenza. E noi? In una settimana sull'isola, abbiamo trovato sei giorni di calma piatta. Il che, se la matematica non è un'opinione, significa un solo giorno di surf. Splendido, ma SOLO UNO CAZZO. E poi cosa succede? Torno a casa, ancora abbronzata e ipnotizzata dall'atmosfera di certi bar di Corralejo, e lo scirocco comincia a soffiare sul vecchio Adriatico. Due giorni di onde. Ho surfato più a Lignano che a Fuerteventura.
Eh sì. Quando si dice ironia della sorte.
Failure
Sarò in periodo di instabilità ormonale, ma ultimamente ho l'impressione che la mia vita personal-sentimentale sia un fallimento completo. Vivo con una persona con cui ormai parlo poco, condivido ancora meno, e che il 70% delle volte non mi capisce e non ha idea di quello che mi passa per la mente. Non voglio trasformare questo blog in una valvola di sfogo, troppi lo fanno, e poi, vista la mia proverbiale lunaticità, è probabile che domani tornerei a scrivere che non è vero, che vivo con l'uomo più meraviglioso del mondo, eccetera eccetera. Intanto, l'altro ieri sera ho rivisto Eyes Wide Shut e mi sono posta mille interrogativi. E intanto, tra tre giorni parto per una lontana isola spagnola, dove, HOPEFULLY, mi distrarrò tra spiagge, surfisti e relax. Con una capatina a Dublino in onore di Mintossicobirra. Paradossi della Ryanair.
Mouse on Mars
Questa volta non si tratta di uno dei miei sogni surrealisti. Anche se potrebbe sembrare di sì. Due notti fa, un rumore in cucina mi sveglia. Penso al mucchio di piatti da lavare che forse hanno preso vita a causa del caldo e hanno composto un robot semovente che distruggerà la casa, spargendo resti di riso alla greca e cocci di bicchieri sul parquet di noce. Penso alle zanzariere appena installate, che forse non sono state installate così bene e sono già crollate sotto la pressione di zanzare, mosche e ragni giganti (una scena tipo "Presa della Bastiglia", con i contadini col forcone che premono sulla porta del famigerato carcere che sta per cedere all'impeto della folla). Penso a un colpo di vento che mette in moto una sorta di "effetto domino" di bottiglie, vasetti, pacchi di cracker e oliere, fino alla mia tazza preferita, quella col maiale blu, che finisce in pezzi sul pavimento. Evidentemente la mia fantasia ha lavorato troppo. In cucina, seduto in alto sullo sportello della caldaia, siede un ratto nero a dir poco gigante. E mi fissa compiaciuto con i suoi occhietti lucenti. Io raggelo. Lui mi guarda ancora per un lunghissimo secondo, poi se ne torna da dove è venuto. Come un automa, chiamo Pietro che interviene sbraitando e scopre due buchi nel cartongesso e... orrore! due fette di pan carrè che avevamo dimenticato nel tostapane, per terra, mezze mangiucchiate.
E io, che fin da piccola, ho sempre preferito Paperino e Pippo a quell'insopportabile saccentone di Topolino. Oh.
Fever
Luglio, tempo di vacanze, di ombrelloni, di gite in montagna, di sport più o meno estremi, di pigrare sull'amaca con le gatte che fanno le fusa, di bere acqua e menta ghiacciata, di accendere il ventilatore in vendita al centro commerciale e farsi sollevare la gonna alla Marilyn sotto gli sguardi allibiti delle commesse irrancidite dal troppo neon e dalla mancanza di melanina... tempo di esplorazioni in bici, di tuffi da 4 metri rischiando l'osso del collo, di esilaranti tentativi di salire in dieci su un canotto-ciambella da due, di foto sottomarine, di acquisti di occhiali da sole più o meno costosi (eh sì, gli ultimi erano davvero costosi, grrr), di scorpacciate di pesce, di mojito freschi, di gintonic, di bagni di mezzanotte, di rafting, di avventure estive, di (un po') di lavoro davanti alla finestra con vista dritta sul mare, di nottate sensuali col ventilatore acceso e le persiane mezze chiuse come nella pubblicità del tè (Antonio fa caldo...)... sì, sì, tutto bellissimo. Io, intanto, ho 39 di febbre. E oggi è il mio compleanno. Minchia.
Inconstancy is my life.
Sì, sì, lo so, non aggiorno, non passo a commentare da nessuno, non mantengo i contatti, non sono una brava blogghista (blogger mi suona pretenzioso). Il fatto è che più la mia vita esterna (quella vera) è viva ed emozionante (in senso sia positivo sia negativo), meno sento il bisogno di scrivere qui. Questo blog è nato come sfogo alle giornate passate in casa a tradurre dalla mattina alla sera, come fuga dalla solitudine imposta dal mio lavoro, come risposta al bisogno di evasione e libertà d'espressione derivante da un mestiere che ti impone sempre di scrivere quello che vogliono gli altri. Quando però la mia vita si anima, come d'estate, la sola idea di sedermi davanti al computer a scrivere mi uccide. I pochi blog ai quali sono affezionata li continuo a leggere, ma magari non commento, e ci sono mesi in cui non passo neanche a vedere se qualcuno ha commentato le mie panzane qui. Sono appena tornata da una vacanza di due settimane nel sud del Portogallo, da giorni e giorni di surf e libertà completa, come volete che mi metta a scrivere? Certe esperienze sono talmente belle che a raccontarle per iscritto si svalutano, diventano trite e stantie, perdono lo smalto che te le fa tornare vive e scintillanti nella memoria. Goethe e Hemingway vivevano per scrivere, avventure e amori da trasformare in racconti e romanzi che hanno fatto la storia. Io non sono Goethe e naturalmente nemmeno Hemingway, e se è per questo neanche Melissa P. Le mie avventure, i miei amori, li voglio ricordare con lo smalto del ricordo vero, non trasfigurato dalla patina della scrittura. Chi mi legge da tanto si sarà accorto che la maggior parte delle cose che descrivo sono sogni, o cose che VORREI fare, o ricordi troppo lontani per essere vividi, o momenti di riflessione. Quasi mai sono fatti della mia vita reale. Detto questo, ringrazio con il cuore chi passa a salutarmi e quando sparisco mi chiede dove sono e prometto che tornerò, ma sempre così, senza troppa costanza. Anzi, se tornerò troppo spesso sarà il momento di cominciare a preoccuparvi.
Er diluvio universale
Sono due giorni che quassù è scoppiato il diluvio universale. Il tempo continua a girare come impazzito, alternando pioggia a temporali, grandine ad acquazzoni, scrosci a catinelle, mareggiate a inondazioni. Piazza Unità allagata, cantine distrutte, stabilimenti balneari danneggiati, colture stroncate dall’acqua. Non so perché, ma quando piove in questo modo sembra impossibile che finisca. Guardi fuori dalla finestra e il cielo pare così da sempre, e per sempre. Blade Runner e il Corvo messi insieme, senza la catarsi finale. Perfino l’impulso di prendere la tavola da surf e andare a vedere se si riesce a combinare qualcosa è sopito da tutta quest’acqua. E poi, cat-zo, un fulmine mi ha fatto saltare il modem installato da appena 10 giorni. Dov’è l’arca di Noè, che gli chiedo un passaggio? P.S: Mi va bene anche la mega-corteccia dell’Era Glaciale 2…
Surfing in Grado!
Pare impossibile, ma ieri pomeriggio sono riuscita a fare surf a Grado. Grado è la spiaggia più noiosa del mondo. Noiosa non nel senso letterale del termine. Noiosa in senso surfistico. Perché, a Grado, le onde non arrivano mai. E quando dico mai è proprio mai. In tanti anni di bagni e passeggiate sulla spiaggia al massimo avrò visto delle robine da 20 centimetri, adatte solo alle microtavole da bodyboard dei bambini. Sì. quelle con sopra le figure di Nemo o Shark Tale. Ieri, invece, trac, vedo il golfo improvvisamente animarsi. Niente di hawaiano, naturalmente, né di portoghese o brasiliano, niente di paragonabile alla bella Sardegna o alla Liguria nei momenti fortunati, ma comunque onde rispettabili. E Faro cosa fa? Prende la sua bella tavolina, la muta a maniche corte e sale sulla Marzumera. Arrivata, non potevo crederci: ondine di più di un metro, non pulitissime, un po’ troppo vicine l’una all’altra, ma ottime per fare esercizio. Faro si infila la muta, entra in acqua (la muta non serviva nemmeno, ma mi dà l’impressione di avere più aderenza alla tavola) e via!!!! Peccato che sia completamente fuori allenamento. In due ore, avrò preso un’unica onda decente. Annaspavo come una foca monaca in difficoltà… e oggi mi fanno pure male i muscoli delle braccia e della schiena. Per fortuna la spiaggia era praticamente vuota e quasi nessuno ha assistito a questo pietoso spettacolo. Credo di aver bisogno di un altro corso intensivo… Portogallo, arrivo!
Occhio all’asfalto!
Dopo aver fatto lezione, sono uscita dal portone secondario del posto dove insegno e ho imboccato una lunga strada dritta, racchiusa tra due muri molto alti. Avevo ancora in mente le parole di P. «Ci vediamo a casa, fai qualcosa di buono per pranzo, mi raccomando» e stavo pensando a che cavolo cucinare, quando mi sono accorta che nella strada facevano dei lavori. Sapete come si fa, ti affretti sorridendo agli operai sperando che ti facciano passare anche se la strada è chiusa, zigzagando tra buche, assi di legno e betoniere. Di solito gli operai ti fanno passare – e fanno anche qualche commento pesante in bulgaro o bosniaco. Oggi, però, nessun operaio si è accorto di me. Sono andata avanti, stringendo il mio plico di libri e pensando al pranzo (anche a me brontolava già il pancino). Pizza o risotto? Boh, non ricordavo nemmeno cosa c’era in frigorifero… Poi, porca miseria, mi sono accorta che stavano per gettare una colata di cemento sulla strada. Il rimorchio di un camion gigantesco ha cominciato a ribaltarsi… e il grigio fumante a riversarsi sulla strada dove stavo camminando. Io ho cominciato a fare cenni agli operai, di aspettare almeno che arrivassi in fondo alla strada, ma nessuno si è accorto di me. Ho cominciato a gridare… e loro, senza vedermi, hanno gettato sulla strada una rete di ferro arrugginito rigida e gigantesca, di quelle per fare il cemento armato. Il problema era che io ero lì sotto… Sono caduta in ginocchio, poi il peso della rete mi ha buttato letteralmente a terra. Ho iniziato a urlare disperata, ma gli operai indossavano tutti delle cuffie anti-martello pneumatico. La colata di cemento si avvicinava sempre di più, inglobando tutto quello che trovava nella sua avanzata distruttrice… .
Eh sì. E’ passato un anno, ma i miei sogni sono sempre allucinanti.
Oh my god.
Torno. Dopo quasi un anno e mezzo, sono tornata qui e mi sono riletta. Ho letto un sacco di cazzate, ma ho capito che, dopotutto, non era tutto merda e finzione. Qualcosa di mio qui dentro c’era davvero. Il periodo di rifiuto secco e totale del blog e dei blog in quanto tali è passato. Spero che non sia un fuoco di paglia nato da ceneri troppo antiche da ravvivare. Presto vengo a trovarvi tutti. Faro. ...e benvenuto, Mintossicobirra.
King Kong
ovvero, come nelle mani di un genio una storia trita e ritrita può diventare un quasi capolavoro.
Non ho voglia di parlare delle simbologie del film, di quel rapporto violento tra uomo e natura che ha sempre lo stesso vincitore, a che prezzo si sa. Non amo gli effetti speciali e i film ad altissimo budget, ma quando i soldi vengono messi nelle mani di un regista bravo come Jackson, il senso di spreco che ne deriva (ho sofferto di fronte alla spettacolarità sprecata dei film di Emmerich, ad esempio) si attenua, e lo spettatore entra in un mondo parallelo senza più pensare alla computer graphic e all'opulenza delle scenografie. E' proprio così: guardando King Kong, si entra in un mondo parallelo e la suspension of disbelief teorizzata da Coleridge (la sospensione dell'incredulità che ti fa penetrare nell'opera d'arte, dimenticando la tua vita reale e abbandonandoti, anche solo per un istante, alla realtà creata da un genio - poeta, romanziere, regista, fotografo o pittore che sia) diventa totale. L'isola è spettacolare, come il viaggio sulla nave verso l'ignoto e la New York d'inizio secolo. Gli attori perfetti per le parti. Si entra in un mondo per uscirne un po' commossi, un po' bambini.
Ed è proprio quello di cui ho bisogno in questo periodo: tornare bambina e farmi coinvolgere davvero da qualcosa, film, libro o persona che sia.